TODO MODO (1976) di Elio Petri

Il capolavoro “maledetto” di Elio Petri, Todo modo (1976), per la prima volta in Dvd nel 2015, è un film difficile e scomodo, fino a prima visibile solo attraverso alcuni passaggi televisivi (e la rarità del film ha aumentato la sua fama di “opera oscura”). Elio Petri, uno fra i più illustri esponenti del nostro cinema d’impegno civile, porta qui al massimo livello i suoi stilemi: l’astrazione, il grottesco, il surreale, in grado però di riflettere in modo incredibilmente concreto gli aspetti più scomodi della politica e società italiana. Todo modo (da una frase di Sant’Ignazio: “Todo modo para buscar la voluntad divina”, cioè “Ogni mezzo per cercare la volontà divina”), è il suo film più complesso, ma anche il più riuscito insieme a Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto. Grottesco e surreale sì, ma fino a un certo punto, visto che il film (tratto dall’omonimo romanzo di Leonardo Sciascia e sceneggiato dallo stesso Petri) illustra in modo lucido e impietoso la crisi politica vissuta dall’Italia in quegli anni, il declino morale della DC (partito alla guida del Paese da oltre 30 anni), gli scandali, la corruzione, la ricerca del “compromesso storico”.todomodo
Durante una misteriosa epidemia che sta mietendo vittime in tutta Italia, un vasto numero di uomini politici e imprenditori si radunano all’interno di Zafer, un hotel gestito dalla Chiesa, per effettuare gli esercizi spirituali di Sant’Ignazio che dovrebbero rendere migliori gli uomini di potere. Fra gli onorevoli, spicca un uomo che tutti chiamano il “Presidente” (Gian Maria Volonté), accompagnato in segreto dalla moglie Giacinta (Mariangela Melato). Zafer è diretto dal severo don Gaetano (Marcello Mastroianni), maestro delle meditazioni, insieme ad altri sacerdoti. In realtà, il vero fine dell’incontro è l’analisi della difficile situazione politica italiana e una nuova spartizione del potere. Intrighi, litigi e un furto sacrilego rendono difficile la convivenza, e la tensione esplode quando un politico viene assassinato con un colpo di pistola. Sul luogo giunge un procuratore della Repubblica, ma gli omicidi si susseguono: anche il Presidente, dopo un breve e misterioso rapimento, cerca di indagare su quanto sta accadendo, ma la riunione si trasforma in una carneficina.
Petri non rinuncia ai meccanismi del “giallo”, già rodati ne L’assassino, A ciascuno il suo e Indagine, ma ne svuota definitivamente i contenuti. La verità è che, mai come in questo caso, a Petri non importa nulla di mettere in scena un thriller con risoluzione catartica e individuazione dell’assassino: Todo modo, più che un “giallo politico”, è un film politico tout-court, ricco di elementi misteriosi, surreali e macabri, personaggi grotteschi, situazioni metaforiche e astratte che assurgono a rappresentazione concreta. La complessa vicenda è inserita in un affascinante insieme di location e scenografie claustrofobiche (Dante Ferretti): un hotel costruito interamente sotto terra, al quale si accede solo mediante ascensori. La struttura è divisa in vari piani che scendono sempre più in basso, in una sorta di girone infernale, fino alle oscure catacombe: corridoi geometrici e dalla luce fioca accompagnano alle stanze, mentre ampi saloni – sempre immersi in una semi-oscurità – sono dedicati ai pasti e alle preghiere; qua e là, scorgiamo inquietanti statue bianche, accostate a crocifissi e raffigurazioni religiose (grande anche il lavoro di Luigi Kuveiller alla fotografia, costantemente immersa nella penombra).
Todo modo è tutto una metafora, una rappresentazione allegorica del Potere nei suoi aspetti più oscuri: non vengono nominati luoghi o persone reali, ma i riferimenti sono abbastanza chiari. Il “Presidente”, interpretato da un Volonté in stato di grazia e conosciuto solo con questo appellativo, è l’incarnazione cinematografica di Aldo Moro, naturalmente caricata di elementi sopra le righe che ne fanno un uomo assetato di potere e ossessionato dal peccato. Il “partito” a cui si fa riferimento senza mai nominarlo è chiaramente la Democrazia Cristiana, mentre la “conciliazione” di cui Volonté si fa portatore come se fosse una croce è il “compromesso storico” – destinato a non essere mai messo in pratica. Se in Indagine era lo strapotere della polizia ad essere oggetto di analisi e denuncia, qui è il marciume della classe dirigente statale a finire sotto la lente d’ingrandimento di Petri: gli intrallazzi fra politica e Chiesa, la corruzione degli onorevoli, le innumerevoli società a partecipazione statale, le collusioni fra Stato e industria, l’ombra dei servizi segreti (si citano le ingerenze dell’America). Altrettanto feroce è lo sguardo di Petri nei confronti delle istituzioni ecclesiastiche, alle quali è affidato un ruolo importante nella gestione del potere politico. Lo stesso don Gaetano rappresenta l’ambiguità della Chiesa – se da un lato scaglia prediche contro i politici corrotti (“Il potere si fonda sul peccato”), dall’altro è a sua volta assetato di dominio, e scopriremo nella sua stanza un archivio segreto dove tiene i dossier scomodi dei vari onorevoli. È tutta l’Italia degli scandali e dei segreti a ritrovarsi riunita in Todo modo.
I tre protagonisti sono in stato di grazia, modulando le loro interpretazioni da uno stile “urlato” a un altro “sussurrato” con la medesima intensità. Ma sono da antologia anche i comprimari, in particolare i personaggi di Ciccio Ingrassia, Michel Piccoli, Franco Citti, Renato Salvatori, Tino Scotti, e tutti i caratteristi di contorno. I politici sono rappresentati, come tipico dello stile di Petri, attraverso una lente che li deforma in modo grottesco e quasi caricaturale: uomini tutti vestiti di nero come i preti (coi quali, anche visivamente, si crea una somiglianza non casuale), untuosi e pittoreschi.
Il film procede attraverso quadri visivi e narrativi scanditi dalle varie meditazioni: i dialoghi nelle catacombe, i duetti segreti fra Volonté e la Melato, i discorsi pronunciati dal pulpito dal Presidente e da don Gaetano, i continui confronti fra i due, il Santo Rosario recitato in modo sempre più frenetico a piedi nudi correndo per la stanza. Complessi e pregnanti i dialoghi, spesso astratti ma ricchi di metafore quali l’onorevole che sta “a destra” di un altro oppure il Presidente che confonde “la destra con la sinistra”, oltre a velati riferimenti tra le righe che solo una conoscenza dettagliata della Storia italiana può permettere di cogliere. L’atmosfera plumbea e catacombale del film è sottolineata dalle musiche di Ennio Morricone: a differenza di altre opere, qui non compone temi che rimangono impressi, ma una continua tensione sonora espressa attraverso melodie cupe, tese e dal tono vagamente ecclesiastico.

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