“Compagne di viaggio”, un libro per l’8 marzo

Oggi è la festa della donna e le nostre bacheche social si riempiranno o di ragazze scosciate che festeggiano in discoteca o di chi cinicamente – e spesso sbagliandosi di grosso – tenterà di ricordare le origini storiche di questa giornata.

Per evitare entrambe le situazioni e per ricordavi una delle molte “battaglie” portate avanti dal genere femminile, vi propongo un libro. Si tratta di una raccolta di racconti, tutti scritti da donne romene, che vissero durante i ventiquattro anni di dittatura di Ceausescu. La raccolta è intitolata “Compagne di viaggio – Racconti di donne ai tempi del comunismo”, e contiene narrazioni di scrittrici varie, tutte ancora attive e le cui opere sono state spesso tradotte anche in italiano.

20160307_175048

La premessa necessaria è la politica pro-natalista portata avanti dal regime a partire dagli anni Sessanta. In breve, la Romania in quegli anni faceva parte del blocco comunista, ma il suo leader, Ceausescu, voleva sganciarsi dall’egemonia sovietica e sognava in grande. In particolare, aveva l’ossessione dei 25 milioni di sottoposti entro il 1990 e, per raggiungere tale cifra, si fece aiutare dal tristemente noto decreto 770/1966. Con tale legge si vietarono con tutti i mezzi l’interruzione di gravidanza – allora diffusissima, dato che non circolavano altri metodi contraccettivi – e il divorzio. I nuovi nati, presto chiamati Decreteei, dovevano servire come nuove braccia da impiegare nel lavoro, a favore dello stato socialista.

Quando, però, la Romania si indebitò ulteriormente e tutte le risorse vennero razionate, non si seppe più come crescere quei figli nati, non per desiderio, ma per via del decreto. Gli aborti illegali si moltiplicarono, così come il numero di donne, che ogni anno morivano, lasciando orfani i loro piccoli.

I racconti di “Compagne di viaggio” cercano di farsi testimoni di quel periodo, tra le lunghe file in coda per un chilo di zucchero e i lavaggi con un catino d’acqua in occasione di una festa tanto attesa. Ma ciò che più conta è che molte delle scrittrici hanno osato raccontare ciò che per tanti anni è stato nascosto, in un tentativo di rimozione collettiva. Le difficoltà di una vita sessuale serena sono evidenti; e del resto come si poteva fare, quando si viveva sotto un regime che entrava persino nel letto dei suoi cittadini?

Se la Beligan, senza mezzi termini scrive che sopra un tavolo da cucina, <<un’ostetrica senza nome>> praticava raschiamenti, Doina Rusti racconta la sua prima visita ginecologica a sorpresa, a cui tutte le ragazze universitarie e le lavoratrici statali erano obbligate a presentarsi

Tutto ciò creò varie ansie e preoccupazioni e le donne cominciarono a percepire il proprio corpo come un nemico interno. Più tardi, l’ossessione dei figli del decreto diventerà non sapere se fossero realmente desiderati o se invece erano solo un aborto mancato.

Il libro presenta altre situazioni tipiche di quegli anni, come l’emigrazione e la difficoltà di farsi credere all’esterno, gli addestramenti militari, gli stratagemmi per reperire i vestiti.

Spesso le scrittrici mostrano un senso dell’ironia straordinario, la capacità di saper ridere, anche nelle disgrazie, per non piangere.

Infine, bisogna sottolineare che l’opera comprende anche un’intervista a un professoressa emigrata in Germania, stralci di diario dell’autrice Bittel e una lettera che una delle scrittrici inviò in quegli anni ad un amico. Perciò, oltre alla rielaborazione in racconto, il libro contiene delle vere e proprie testimonianze, senza mai diventare troppo tecnico o noioso. Anzi la lettura è molto scorrevole e capace di creare scene e immagini di fronte ai vostri occhi.

Io sono l’ultimo embrione di mia madre. Di tutti i ventitré concepiti, solo tre sono cresciuti e hanno visto la luce del giorno, gli altri venti sono tornati nel ventre di cemento della terra…Io stessa sarei stata un aborto, se mia madre si fosse lasciata convincere dai medici a porre fine alla gravidanza. Un aborto rimasto in vita: incidente più patetico non è dato immaginare. Come me ce n’erano tanti…

Elena Ravasio

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *