Non essere cattivo (2015) di Claudio Caligari

Intorno al film

Claudio Caligari (1948 – 2015) è una tra le figure più complesse del cinema italiano: regista, intellettuale, autore nell’accezione più alta del termine, documentarista, ha diretto solo tre film, lasciando però con questi un’eredità culturale molto più vasta di tanti altri registi prolifici. Tre film che pesano come macigni, senza dimenticare i numerosi documentari, un cinema in cui vita e arte si fondono indissolubilmente all’insegna dell’impegno umano e sociale. Dopo lo scioccante esordio con Amore tossico nel 1983, tornò dietro la macchina da presa nel 1998 dirigendo L’odore della notte: poi ancora tanti anni di silenzio, fino alla sua opera-testamento, Non essere cattivo (2015). Caligari non è riuscito a veder completato il suo ultimo film, perché la morte lo ha portato via poco dopo la fine delle riprese: anche a Claudio è toccato il triste destino di molti artisti, cioè quello di essere riconosciuto come tale solo dopo la scomparsa. La critica più attenta aveva già colto negli anni precedenti l’alto valore delle prime due pellicole, eppure la consacrazione definitiva è arrivata solo con il suo film postumo, completato in fase di post-produzione grazie al sostegno dell’amico e collaboratore Valerio Mastandrea (anche grazie a lui è stato possibile realizzare questo film). Presentato fuori concorso alla Mostra di Venezia del 2015, è stato poi distribuito in sala e in Homevideo: Non essere cattivo era stato inserito (meritatamente) anche nella lista iniziale dei candidati all’Oscar come miglior film straniero, poi purtroppo scartato nella selezione finale.

locandina

La vicenda

Periferia di Roma, 1995. Cesare (Luca Marinelli) e Vittorio (Alessandro Borghi) sono due giovani spiantati che si guadagnano da vivere spacciando. Loro stessi sono dipendenti dalla droga, e consumano le loro vite ai margini della società con amici e prostitute dello stesso giro, fra locali notturni e giornate sul lido di Ostia. Ciascuno deve affrontare i suoi problemi: Cesare vive con la madre e la nipotina gravemente ammalata, mentre Vittorio intraprende una difficile relazione con una ragazza trovandosi a fare da padre al figlio di lei. Più volte il “Brutto”, un piccolo boss, cerca di coinvolgerli nelle sue iniziative criminali, ma entrambi sono convinti di poter cambiare in meglio le loro vite insieme alle rispettive compagne. Vittorio trova lavoro come muratore e cerca di salvare anche l’amico che sembra precipitare in una via senza ritorno.

Narrazione e stile

Il genere noir/poliziesco – diciamo in genere il “cinema criminale” – in Italia non conosce un periodo molto felice, e un vero capolavoro non si vedeva almeno dal 2006, quando Michele Soavi diresse la pietra miliare Arrivederci amore, ciao. Ci sono stati da allora altri film degni di nota, ma la vera impennata si è avuta tra il 2014 e il 2015, quando nelle sale, nei festival o nell’Homevideo italiano sono approdate opere dalle forme stilistiche e narrative più disparate: gli omaggi agli anni Settanta quali Roma criminale, Song’e Napule, Bolgia totale e All night long, la docu-fiction Italian gangsters, la gigantesca serie TV Gomorra (divenuta un cult in tutto il mondo), i noir psicologici come Perez., Anime nere, Senza nessuna pietà e Uno per tutti. Ma soprattutto due film dello scorso anno sono destinati a lasciare il segno, e anzi lo hanno già lasciato. È singolare il fatto che Non essere cattivo sia uscito nelle sale italiane all’incirca nello stesso periodo dell’altro capolavoro noir del 2015, cioè Suburra di Stefano Sollima: due film eccellenti ma diametralmente opposti, tanto spettacolare e mastodontica la denuncia sollimiana di “Mafia Capitale”, tanto intimista e silenziosa l’amara vicenda narrata da Caligari, che come tutti i suoi film esula da qualsiasi etichetta. Un dramma/noir a tinte nerissime, uno scavo lacerante nella vita di questi “relitti umani” e nei lati più nascosti della società italiana: possiamo dire che se Sollima scava nel “macro” del crimine, Caligari lo fa nel “micro”, ma con due sguardi completamente opposti.

È forse azzardato trovare un erede di Pier Paolo Pasolini, uno tra i più grandi intellettuali italiani del Novecento, ma diciamo che Caligari è quello che ci va più vicino – parliamo soprattutto del primo Pasolini, quello di Accattone e Mamma Roma: i suoi documentari e il suo cinema sono intense e spiazzanti analisi sociologiche sulla lotta politica, la droga, il crimine, la vita di borgata, un cinema “degli ultimi” che non scende a compromessi e mostra la realtà nei suoi aspetti più crudi. Nel cinema di Caligari confluiscono modelli differenti quali la Nouvelle Vague francese (Godard in particolare), la Hollywood contestataria di Easy Rider e i film di Martin Scorsese, ma anche la sua stessa appartenenza alle classi subalterne e il desiderio di documentari i fenomeni sociali più scomodi e controversi; oltre ai numerosi documentari, si è fatto le ossa lavorando come aiuto regista per Pasolini, Bellocchio e Ferreri, per poi esordire nel cinema di “finzione”, anche se è un cinema-verité che fa dell’impegno sociale e dell’asciutto realismo narrativo la sua primaria ragion d’essere, in un dissolubile connubio tra cinema e vita. L’esordio in un’opera cinematografica è quanto di più scioccante si sia visto in Italia negli ultimi decenni, quell’Amore tossico (1983) che ancora oggi è un autentico pugno nello stomaco: Caligari sceglie un approccio semi-documentaristico anche nel suo primo film a soggetto, uno sguardo che possiamo definire quasi neorealistico, prendendo cioè attori non professionisti che avevano vissuto (o continuavano a vivere) il dramma della tossicodipendenza. Il film è qualcosa di volutamente sgradevole, che sbatte in faccia allo spettatore la realtà nuda e cruda di queste vite allo sbando, ragazzi e ragazze della borgata romana che vivono di droga, spaccio, prostituzione, rapine: lontano da ogni spettacolarizzazione, Amore tossico descrive la piaga della droga come nessuno (o quasi) aveva fatto prima di allora, mettendo in scena con un crudo realismo pasoliniano uno spaccato socio-psicologico di questa realtà così tragica e scomoda. Fra gli anni Settanta e gli Ottanta, la piaga dell’eroina stava prendendo sempre più piede, e Caligari fu tra i primi registi a portare alla luce questo aspetto – pochi altri sono i film davvero notevoli in tal senso, ricordiamo Perché si uccidono (1976) di Mauro Macario e Tunnel (1980) di Massimo Pirri, un altro grande e misconosciuto autore del cinema “segreto” italiano. Passano quindici anni prima che Caligari torni dietro la macchina da presa: nel 1998 dirige L’odore della notte, una crime-story ambientata fra il 1979 e il 1983 e incentrata su una banda di delinquenti romani che sotto la guida di un poliziotto compiono rapine come rivalsa sociale verso la “Roma bene”. Il secondo film è diverso dal precedente: trattasi di una pellicola più cinematografica, con attori professionisti (Valerio Mastandrea, Marco Giallini, Giorgio Tirabassi e altri), una storia di fiction con un preciso svolgimento (seppure ispirata a fatti realmente accaduti), un vero noir metropolitano narrato con ritmo e con momenti persino “all’americana” (vedasi le citazioni da Taxi driver di Scorsese), seppure l’azione sia ridotta al minimo, si spari pochissimo e stranamente non ci siano morti. L’odore della notte è bellissimo, forse il migliore in assoluto di Caligari, o perlomeno quello più fruibile dal pubblico: nonostante le differenze con il neorealismo di Amore tossico, lo sguardo del regista è inconfondibile, incentrato su micro-criminalità, vita di borgata, fallimenti esistenziali, desiderio (impossibile?) di cambiare vita, lontano da ogni facile spettacolarizzazione poliziesca. Non essere cattivo segna il ritorno alla regia di Caligari dopo 17 anni, e possiamo vederlo come un “incontro” fra gli stili parzialmente diversi dei due film precedenti: siamo in un’opera squisitamente cinematografica con attori professionisti e una narrazione coinvolgente come ne L’odore della notte, e al contempo si vuole proseguire idealmente quanto narrato in Amore tossico – la sua opera prima è un puro dramma neorealista, mentre i due successivi uniscono l’elemento drammatico con uno più marcatamente noir, da “cinema criminale”, sempre declinato secondo lo stile autoriale del regista. Se Amore tossico era ambientato negli anni Ottanta, il decennio in cui è esplosa la piaga dell’eroina, la vicenda si sposta nel 1995, quando all’eroina si affiancano in maniera preponderante la cocaina e le droghe sintetiche, tutte già esistenti ma che conoscono proprio in quel periodo la loro massima espansione. È impressionante come Caligari riesca non solo a dipingere magistralmente le squallide vite dei giovani protagonisti, ma anche a cogliere i mutamenti sociali e le “gioventù bruciate” che si susseguono nel corso dei decenni: i tre film di Caligari ritraggono epoche diverse, così vicine eppure sempre in fermento, ed è come se ogni sua opera iniziasse dove finisce l’altra, anche se non sono state dirette in ordine cronologico. Amore tossico è l’unico ambientato negli stessi anni in cui è stato diretto, mentre gli altri due ricostruiscono in modo impeccabile i decenni precedenti: L’odore della notte, Amore tossico e Non essere cattivo (in questo preciso ordine) ripercorrono, attraverso un occhio concentrato sempre sul “micro”, la criminalità e il fallimento esistenziale di tre decenni e tre generazioni. Il suo film-testamento si ricollega in modo diretto alla sua opera prima, come evidenziato non solo da personaggi e situazioni simili ma anche dall’incipit pressoché identico che si auto-cita: anche Non essere cattivo inizia con un piano-sequenza sul lido di Ostia dove i due amici protagonisti discutono per un gelato, esattamente come accadeva all’inizio di Amore tossico.

Il cinema di Claudio Caligari ricorda i classici di Pasolini Accattone e Mamma Roma (non a caso, visto che questa cultura fa parte dell’humus su cui ha costruito la propria cinematografia), ma anche quei film poco conosciuti eppure molto significativi nati tra gli anni Sessanta e i Settanta, noir “esistenzialisti” che affrontavano le vite criminali e i fenomeni connessi (droga, prostituzione) in modo personale, senza esulare (se non in misura minima) nel genere poliziesco, tanto magnifico, importante e in voga in quegli anni ma anche tanto differente. Parliamo di film come Una vita violenta di Rondi/Heusch (tratto da un romanzo di Pasolini), Milano nera di Rocco/Serpi, Ingrid sulla strada di Rondi, Roma drogata di Marcaccini, Storie di vita e malavita di Lizzani, oltre ai suddetti Perché si uccidono e Tunnel. Più di recente, questi spaccati di vite criminali allo sbando sono stati riportati sullo schermo non solo da Caligari ma anche da Marco Risi, che ha diretto altri film generazionali come Mery per sempre, il suo sequel Ragazzi fuori e Il branco.

Protagonisti di Non essere cattivo sono due fra gli attori più bravi e promettenti del cinema italiano contemporaneo: Luca Marinelli (attualmente sugli scudi ne Lo chiamavano Jeeg-Robot di Gabriele Mainetti) e Alessandro Borghi, che abbiamo visto interpretare con eguale efficacia il commissario di Roma criminale e il delinquente di strada in Suburra di Sollima. Nel nostro film veste i panni di un personaggio simile a quest’ultimo: ma se là era un aspirante boss al servizio di un pezzo grosso della mala, qui è alla fin dei conti un poveraccio, un piccolo criminale (Vittorio) a cui la vita non è stata favorevole e che cerca sempre di cambiarla per il meglio. Idem dicasi per Marinelli (Cesare), che trova nello spaccio l’unica via d’uscita a un’esistenza vuota ma che non si sforza poi più di tanto per uscire dal giro. Tanto simili ma anche tanto diversi, i due personaggi si avvalgono di interpretazioni davvero sublimi da parte di questi giovani ma bravissimi attori: occhi allucinati per via della droga, volto solcato dall’esperienza, violenti e sempre pronti alla rissa, esprimono fisicamente tutto il disagio che vivono, quasi sentiamo la “puzza” che emanano, in un realismo impressionante a cui contribuisce non solo la fisicità dirompente degli attori ma anche lo spiccato accento romanesco e i vestiti quasi sempre sgualciti. Tranne quando vanno in discoteca e nei vari locali notturni: allora indossano abiti un po’ più eleganti, per fare i “duri” (ma è la vita stessa ad averli resi tali) e far colpo sulle ragazze, scontrandosi con le gang rivali – ricordiamo il primo e durissimo scontro fuori dal bar a suon di calci e pugni. Ma la vera co-protagonista è la droga, mostrata in modo dettagliato come già in Amore tossico: se là facevano impressione le siringhe con l’eroina, qui lo spettatore è scioccato dalla cocaina sniffata e dalle pastiglie che assumono o spacciano (il tutto ripreso in modo dettagliato). Perché voglia di lavorare, almeno inizialmente, non ne hanno, per cui il crimine è la sola via di fuga a una vita che con loro è stata particolarmente avara: Caligari non vuole giustificare la criminalità, ma ne offre una motivazione sociologica come frutto della povertà che lascia tanti giovani senza speranza. Se Vittorio e Cesare spacciano, altri amici del “branco” sono dediti alla rapina, come il “Brutto” (Alessandro Bernardini), tipico coatto borgataro, coi suoi tre accoliti che vediamo compiere in flashback una rapina a mano armata. Caligari è come sempre un maestro nel ritrarre non solo i protagonisti principali, ma anche le figure di contorno, spesso interpretate anche in questo film da attori non professionisti: tutti diventano delle autentiche “persone”. Altrettanto importanti sono le donne, sia le donne di strada usate come merce, sia le due ragazze che diventeranno le compagne di vita dei due ragazzi: Viviana (Silvia D’Amico), ragazza madre che Vittorio incontra casualmente e con cui inizia una difficile relazione, e Linda (Roberta Mattei), una ragazza del giro che va a vivere con Cesare in una casa fatiscente (ma che a loro sembra una piccola reggia). Significativa è la rappresentazione delle loro vite private, per la dimensione umana che i protagonisti acquistano; Marinelli in particolare è protagonista di una storia triste, vive con la madre e la nipotina gravemente ammalata, ha un rapporto particolarmente stretto con la piccola (che chiama affettuosamente “brutta”), destinata alla morte in una serie di sequenze di incredibile drammaticità. È a lei, poco prima della morte, che lo zio regala un orsacchiotto con la scritta “Non essere cattivo” che dà il titolo al film – pupazzo che sarà poi collocato sulla tomba facendo quasi da monito per Cesare a dover cambiare vita. Perché nessuno dei protagonisti è soddisfatto della propria esistenza, non c’è quel compiacimento del crimine presente in molti noir (pensiamo allo stesso Borghi in Suburra, oppure ai piccoli delinquenti della serie Gomorra), e un senso di profonda tristezza e fallimento pervade in modo angoscioso ogni sequenza, giungendo ancora una volta come un pugno nello stomaco allo spettatore: i protagonisti sono gli “ultimi” pasoliniani, sono uomini coi loro pregi e difetti, dotati di sentimenti (solo il “Brutto” e la sua gang ne sembrano estranei), che in altre condizioni sociali e culturali avrebbero potuto avere una vita normale e felice, quella felicità a cui anelano disperatamente. Non essere cattivo è un urlo disperato di solitudine, e la conclusione è a doppio senso: un anno dopo le vicende narrate, da un lato sembra esserci un lieto fine, con Vittorio che si è sistemato (forse) definitivamente attraverso il lavoro e la convivenza con Viviana, mentre guarda commosso il figlio neonato del defunto Cesare; dall’altro, Caligari ci fa capire che queste vite sbandate sono un circolo impossibile da interrompere: il figlio adolescente di Viviana, desideroso di soldi, chiede “lavoro” come spacciatore per il “Brutto”.

La componente umana si fonde indissolubilmente con quella più noir e visionaria. Come si diceva, Caligari riduce sempre al minimo l’elemento spettacolare per concentrarsi sull’indagine socio-psicologica: anche nel suo film più “poliziesco”, L’odore della notte, l’azione era ridotta pur avendo un ritmo sostenuto, e lo stesso avviene nel suo ultimo film. Scene d’azione vere e proprie non ce ne sono: da segnalare la rapina in flashback un po’ in stile anni Settanta, le risse, il rapimento del travestito Samanta e la rapina compiuta da Marinelli che porta alla sua morte. Ma anche qui siamo lontani dallo stile puramente noir: uno sparo (fuori campo), il sangue sul corpo di Cesare e la sua straziante fine nella stamberga dove abita con Linda. Una morte solitaria ritratta in una scena di rara amarezza, una conclusione silenziosa di una vita sfortunata e condotta ai margini. Le location sono squisitamente “caligariane” – il lido di Ostia, le case popolari, i cantieri, i locali notturni, le strade di periferia – dove troviamo situazioni tipiche del genere noir, un noir rivisitato e privato di ogni spettacolarità: derelitti, piccoli boss o aspiranti tali, strozzini, travestiti, spaccio di droga, armi (pistole e un fucile a canna mozza, strumento già usato da Mastandrea ne L’odore della notte), fino all’ingresso da parte di Cesare nel “giro grosso”, che porterà indirettamente alla sua fine. Un universo criminale che ricorda vagamente quello della serie Gomorra, anche se qui manca ogni afflato epico; e una ricostruzione efficace della periferia romana anni Novanta, grazie alle certosine scenografie e costumi (case, abiti, automobili, musica) valorizzate dalla fotografia di Maurizio Calvesi. Non essere cattivo presenta anche due potenti scene allucinatorie, prodotte dall’uso della droga: Vittorio vede su una strada deserta un pullman da cui scende una serie di personaggi felliniani, tra clown, sirene e un killer (Emanuel Bevilacqua, il “Rozzo” ne L’odore della notte), mentre Cesare è assalito dalla visione mistica di una serie di crocifissi che cadono nel vuoto. A proposito de L’odore della notte, Caligari cita Taxi driver di Scorsese quando Mastandrea si esercita con la pistola allo specchio e quando fa cadere apposta il televisore con un calcio; anche in Non essere cattivo possiamo notare un’inquadratura “all’americana”, quando viene ripresa dal basso una dose di cocaina che cade al ralenti verso la macchina da presa: una suggestiva immagine che a chi scrive ricorda il lancio dei proiettili nella spazzatura da parte di Al Pacino nel gangster-movie Carlito’s way di Brian De Palma, durante la sequenza cult dell’uccisione dell’avvocato – le pallottole sono riprese nello stesso modo, gettate verso il basso al ralenti quasi “addosso” alla macchina da presa.

La colonna sonora

Caligari dedica sempre molta cura anche alla colonna sonora, e i suoi film hanno una peculiarità in proposito: accanto ai brani extra-diegetici, convivono pezzi musicali intra-diegetici, quelli più significativi e che rimangono più impressi. Trattasi di brani provenienti dalle musiche di tendenza nei vari periodi descritti, una tecnica che risponde al realismo del regista e che è stata utilizzata anche da Stefano Sollima nelle due spettacolari serie TV Romanzo criminale (che pure è tanto diverso dal cinema di Caligari). Se in Amore tossico sentivamo Acqua azzurra, acqua chiara di Lucio Battisti, ne L’odore della notte compaiono Ma il cielo è sempre più blu di Rino Gaetano, Cicale di Heather Parisi e Cuore matto di Little Tony. In Non essere cattivo, figlio della gioventù bruciata anni Novanta, compare Be my lover, un celebre brano disco-dance che Cesare e Linda ascoltano ballando fuori dall’auto. Le musiche originali sono composte da Paolo Vivaldi in collaborazione con Alessandro Sartini, con l’aggiunta di alcuni brani di Cristiano Balducci. Trattasi perlopiù di musiche martellanti, psichedeliche, ossessive, da discoteca, che restituiscono in modo forte il mondo allucinato in cui vivono i protagonisti, anche se per buona parte del film la musica è minimalista e lascia spazio soprattutto ai dialoghi, i silenzi, i rumori intra-diegetici. Struggente, infine, il pezzo che sentiamo sui titoli di coda, A cuor leggero di Riccardo Sinigallia.

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